Storia dimenticata

Il 29 giugno 1924 l’Oltregiuba diventa italiano come “compenso” della guerra mondiale

di Alberto Alpozzi Fotogiornalistaart. 13 patto di LondracolonialismocolonieCorrado ZolifascismoGiubalandOltregiubaRe Vittorio Emanuele IIIsomalia Il 29 giugno 1924 il Regno d’Italia prende possesso del Giubaland, la regione più a sud della Somalia al confine col Kenia, ceduta dagli inglesi che la amministravano. Per l’Italia prenderà il nome di Oltregiuba.

Mappa_OltreGiuba

La presa di possesso rientrava tra i compensi territoriali spettanti all’Italia in base all’art. 13 del Patto di Londra. L’accordo sanciva il nostro intervento nella prima guerra mondiale al fianco della Triplice Intesa, contro gli Imperi Centrali: “in caso di un ampliamento nei possedimenti coloniali francesi ed inglesi in Africa a spese della Germania, la Francia e l’Inghilterra riconoscono in massima il diritto dell’Italia di pretendere per sé certi compensi nel senso di un allargamento dei suoi possessi nell’Eritrea, nella Somalia, nella Libia e nei territori coloniali confinanti con colonie francesi e inglesi.” Ma gli inglesi non cedettero il loro territorio prima di lunghe discussioni e trattative, che ebbero esito positivo grazie anche al viaggio ufficiale del 24 maggio 1924 del Re Vittorio Emanuele III a Londra. L‘Inghilterra concesse all’Italia, col protocollo di Londra del 15 luglio 1924, il territorio d’Oltre Giuba: “A proposito dell’accordo anglo-italiano per il Giubaland il Messaggero scrive – riportava La Stampa il 25 maggio – che l’opinione pubblica accoglierà con immediata e sincera soddisfazione la notizia della conclusione dell’accordo stesso, alla vigilia del viaggio dei nostri sovrani a Londra, che deve fra l’altro manifestare la mai smentita cordialità dei rapporti che unisce con le corti e i governi, i popoli d’Italia e di Inghilterra […] La questione del Giubaland è stata risolta indipendentemente dalla questione del Dodecaneso, che per molto tempo in Inghilterra si voleva invece abbinare ad essa.”

il Tricolore nell'Oltregiuba

Era infatti dell’8 gennaio precedente un telegramma del Capo del Governo, Benito Mussolini, inviato al nostro ambasciatore a Londra, Della Torretta: “Si vorrebbe in sostanza che l’Italia cedesse alla Grecia molte isole del Dodecaneso che le son costate sangue e denaro sol per far cosa gradita al Governo inglese, il quale si limiterebbe a effettuare la consegna di un arido e insignificante territorio nell’Africa Orientale, l’unica realizzazione ormai definitiva per l’Italia degli impegni assunti dagli Alleati con l’articolo 13 del Patto di Londra, magro corrispettivo in confronto al largo bottino coloniale toccato all’Inghilterra e alla Francia in seguito alla guerra. Ed è quattro anni che questa desolata fetta di Giubaland si fa pesare poco decorosamente sui rapporti politici fra l’Italia e l’Inghilterra.” (1) Anche il Corriere Italiano, rilevando l’importante conclusione dell’accordo si compiaceva per la rinuncia inglese all’abbinamento della questione del Giubaland con quella del Dodecaneso: “L’attuazione dell’art. 13 del patto di Londra, base giuridica e inoppugnabile della tesi sostenuta dal nostro Governo, viene oggi a togliere di mezzo l’ultima nube che ha, a tratti, adombrato i nostri rapporti con l’Inghilterra, decretando automaticamente il decadimento di quella questione del Dodecaneso così artifiziosamente suscitata da chi pensava di avvalersene in sostegno di pretesti e che non può diplomaticamente sussistere.”

1925_Combattimenti tra tribù nell'Oltre Giuba

“L’accordo anglo-italiano per il Giubaland – prosegue La Stampa – che mette il nostro paese in possesso di una cessione coloniale di 43 mila miglia quadrate di territorio, è salutato dalla stampa come un segno augurale per la cooperazione dei due grandi paesi nel supremo spirito per il riassetto europeo.” Affermazione che letta oggi lascia molto a desiderare alla luce dei rapporti con gli inglesi sia in quegli anni sia poi con lo scoppio del secondo conflitto mondiale. La nuova regione verrà poi annessa ai territori italiani con R.D.L. solamente il 7 maggio 1925, poiché la ratifica britannica si fece attendere dieci mesi, fino al 1° maggio 1925. E non prima di altri due mesi, il 1° luglio 1925, si procedette, e non senza ulteriori discussioni, all’occupazione effettiva del territorio. Stesso modus operandi degli inglesi, per esempio, per i territori dell’Haud e alcune zone dell’Ogaden, che riconobbero all’amministrazione etiopica con un trattato nel 1897, ma l’effettiva cessione avvenne solamente nel 1954 venendo incorporata nella provincia dell’Harar creando un diffuso risentimento popolare che portò alla nascita del “Fronte Unito Nazionale”, riaccendendo così l’antagonismo somalo verso l’Etiopia. Il nuovo territorio ceduto all’Italia ebbe una breve esistenza come Colonia d’Oltre Giuba, dal 16 luglio 1924 al 31 dicembre 1926. Venne amministrata da un funzionario del Gabinetto del Ministero delle Colonie del tempo, Corrado Zoli, palermitano e compagno di D’Annunzio nell’impresa di Fiume, inviato appositamente come «Commissario generale per l’Oltre Giuba», per farsi carico dell’eredità – non felice – degli inglesi. La regione era infatti afflitta da lotte inestinguibili fra clan ed era fino allora stata trascurata per la sua povertà.

Francobollo_Oltregiuba

Governata tramite espedienti, appoggiando ora un clan, ora un altro, spesso contrapponendoli l’uno con l’altro. I presidi erano stati ridotti al minimo, per ragioni di bilancio, cosicché il nuovo Commissario italiano dovette emanare subito alcune norme di pubblica sicurezza e costituire dei presidi e dei posti armati italiani per far uscire il paese dal caos. Ma soprattutto l’Oltregiuba era “privo di vie di comunicazione, mancante di centri di consumo che portino un impulso alla scarsa e uniforme produzione, rispecchia attualmente, in misura ancor più modesta, le forme e le caratteristiche dell’economia indigena della Somalia.” (2) L’Oltregiuba verrà poi definitivamente incorporato nella Somalia Italiana il 30 giugno 1926 con il R.D.L. 10 giugno 1926, n. 1118 affinché “il Giuba segnasse non una linea di demarcazione, ma un legame fra le popolazioni affacciantisi sulle rive di esso” (3) e verrà anche regolata nuovamente la divisione territoriale ed amministrativa con i Decreti Governatoriali n. 5062 del 1° luglio 1926, e n. 5079 del 14 luglio 1926. In appena un anno il Regio Commissario Zoli, con pochi mezzi e uomini a disposizione fece del suo meglio. Chisimaio era “rinata a nuova vita. Le strade rifatte, le case imbiancate, alcune belle costruzioni (ospedale, Banca d’Italia, scuola, distillatore, chiesa e due palazzine per alloggi); illuminazione elettrica pubblica e privata, un rimorchiatore per i servizi del porto; caffè, negozi, circoli. Irriconoscibile dall’epoca dello sbarco italiano.” (4) . NOTE 1. Documenti Diplomatici Italiani, II, doc. 542 2. Gorini M.P., Per le nostre colonie, Vallecchi, Firenze, 1927 3. Ciasca R., Storia coloniale dell’Italia contemporanea, Ulrico Hoepli, Milano, 1938 4. Vecchi B.V., L’Italia ai margini dell’Etiopia, Bietti, Milano, 1935

Gente di Bondeno

Metello  Marchetti  nasce a Bondeno il 21 novembre 1915, terzogenito di 4 figli. Dopo alcuni anni la famiglia si trasferisce a Finale Emilia, dove Metello studia presso  la scuola gestita dai Salesiani. La formazione portata avanti in questo contesto  ha sicuramente contribuito a sviluppare la passione per lo sport e favorito il suo carattere naturalmente socievole ed aperto.  Successivamente, per motivi legati al lavoro del padre, Giovanni, la famiglia si trasferisce a Cesena, in Romagna e lì conosce Giuliana che sposerà nel 1952. In quell’anno vince il concorso, per diventare gestore del magazzino di vendita di monopoli di Stato nel settore del sale, tabacchi e fiammiferi, nella sede di Bondeno, dov’era nato.  A Bondeno inizia la sua attività lavorativa, che porta avanti  per 40 anni.

 Il lavoro di Metello consisteva in vari momenti: prima  la ricezione dei tabacchi, del sale e dei fiammiferi, poi la vendita ai tabaccai per i quali Metello preparava i quantitativi di quanto avevano richiesto. Nei primi anni la merce arrivava presso la stazione ferroviaria   per poi essere trasportata con un carro trainato dal cavallo fino al magazzino, successivamente iniziò ad arrivare su camion. Anche la sede del magazzino cambiò negli anni: prima in via Cesare Battisti, poi in Via Pironi (nell’edificio dove era stato il “Pastificio Rossi”) ed infine in Via Giusti. Il lavoro occupava buona parte della vita di Metello e gli richiedeva sia  competenze da contabile sia l’impegno fisico del facchino e per questo, negli anni, si è valso del contributo di alcune segretarie e di aiutanti per i  lavori più faticosi. E nel lavoro, quando possibile, cercava anche l’occasione per scambiare  due chiacchiere o fare qualche battuta ironica: infatti  coltivare la vita di relazione, il saper scherzare  e strutturare rapporti amicali ha sempre caratterizzato  la sua indole ed il suo stile di vita.

Dedicava  parte del suo tempo libero alla passione per lo sport, di qualsiasi sport: in particolare, però, era tifoso della Spal che in quegli anni gareggiava in serie A; l’altra sua grande passione era l’arte, in particolare la pittura.

Il carattere aperto lo rendeva particolarmente vicino anche al mondo dei bambini, che amava in maniera privilegiata. Lasciò il lavoro agli inizi degli anni ‘90 (a lui subentrò l’ultimo gestore dell’attività prima che il magazzino di Bondeno venisse chiuso) per dedicarsi alla famiglia ed in particolare agli amatissimi nipoti. Si spense nel giorno del suo compleanno, il 21 novembre 1996.

Metello Marchetti

PCTO

Cos’è l’alternanza scuola-lavoro (PCTO)

L’alternanza scuola-lavoro, introdotta inizialmente nel 2003, è una metodologia didattica che permette agli studenti di affiancare alla formazione scolastica, prettamente teorica, un periodo di esperienza pratica presso un ente pubblico o privato.

Nel 2015 l’alternanza scuola-lavoro è stata resa obbligatoria, con la riforma della Buona Scuola, per tutti gli studenti del secondo biennio e dell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado.

Aggiornamento 2019 > con la Legge di BILANCIO 2019 (Art.57, comma 18) all’Alternanza Scuola Lavoro è stata attribuita la denominazione “Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (PCTO)”

Gli istituti di formazione, sulla base di apposite convenzioni stipulate con le imprese, sono tenuti a organizzare per i propri studenti periodi di formazione professionale in azienda o altre attività che favoriscano l’integrazione con il mondo del lavoro (giornate di orientamento, incontri con aziende e professionisti, stage, ricerca sul campo, project work), per un ammontare totale di 400 ore per gli istituti tecnici e 200 per i licei.

La legge 107/2015 ha inoltre introdotto la possibilità di effettuare l’alternanza scuola-lavoro durante la sospensione  delle attività didattiche, sia in Italia che all’estero, nonché l’obbligo di includere nel programma di formazione corsi in materia di salute e sicurezza nel posto di lavoro.

Il Capitello

Come tutti i siti di devozione dell’antichità, oratori, chiese, monasteri, “spedali”, capitelli, che erano situati all’incrocio di vie molto frequentate, spesso ai margini di corsi d’acqua che erano le autostrade del tempo, anche questo capitello votivo si trova a Borgo Scala, dove la via per Zerbinate si innesta sulla Virgiliana ai margini del canale di Burana. L’emerito storico A.Bottoni alla fine dell’800 ci tramanda: “Il capitello detto dei Prosperi, perchè fabbricato nel 1568 da lor nobil signori, sulla strada che volge a Stellata, in una loro proprietà, era ufficiato con messe in alcune occasioni dell’anno. Divenne anzi il punto fermo dove si fermavano le Rogazioni (che sono, nel cattolicesimo, preghiere e processioni propiziatorie ed hanno la finalità di attirare la benedizione divina sull’acqua, sul lavoro dell’uomo e sui frutti della terra). Le cronache ci dicono che in queste occasioni i processionari passavano il canale di Burana sul passo natante che allora faceva il servizio che compie oggi il ponte di San Giovanni (poi ci sarebbe stato il ponte della Rana ed ora proprio lì c’è il nuovo ponte dedicato a Don Marcello Vincenzi), tal passo che per quelle circostanze si trasportava di faccia al chiesolino dei Prosperi. Su di un muricciolo ergevasi allora un manufatto, sul quale era una campana che i parmensi portarono via con loro quando il duca Odoardo Farnese occupò Bondeno. Da quel tempo in poi (1643) quel capitello non fu più ufficiato. Presentemente esso è una bottega di commestibili, tuttavia le sue forme ne chiariscono anche oggi l’origine”. C’è da aggiungere che nel 1927 l’immagine sacra fu fatta restaurare da due benefattori locali, Luigi Guidoboni ed Antonio Lodi, come riporta la piccola lapide marmorea ben visibile sotto l’ancora bellissima sacra nicchia (AN. V =anno 5′ era fascista). C’è da ricordare poi che per quasi tutto il secolo scorso questa Madonnina del Capitello ha visto passare, nei mesi estivi ed autunnali, l’incessante transito delle barbabietole che venivano trasportate al vicino zuccherificio, prima con i barconi nel canale, poi con carri e birocci trainati da asini, buoi e cavalli sulla strada ghiaiata e nel dopoguerra dalle prime “carioche” e dagli strani “Morris”, residui bellici modificati all’uopo, infine da camion e trattori con relativi rimorchi sulla Virgiliana asfaltata nella seconda metà del secolo scorso.. I diversamente giovani ricorderanno bene quanto erano lunghe le code sulla strada dei mezzi destinati alla “zucariera”, prima che lo stabilimento approntasse il parcheggio interno. Tali code arrivavano e spesso con la nebbia molto pericolosamente, fino al detto Capitello, quindi a Borgo Scala e nel bel mezzo di una rotonda stradale, dove fino a qualche anno fa era attivo il Bar Capitello, c’era fin dagli anni ’30 l’Osteria Italo e Fedora. Per i trasportatori di bietole diretti o di ritorno dallo stabilimento saccarifero, su ordinazione qui si preparava un piatto di minestra, mentre pane ed affettato erano sempre pronti, dato che a fianco vi era anche la drogheria con la rivendita di “sali e tabacchi”. Nel retro il locale aveva anche lo spazio per il campo da bocce. In seguito assunse le caratteristiche di una vera e propria trattoria frequentata da operai e maestranze della nuova zona artigianale, ai quali si proponeva fra l’altro trippa, somarino con polenta e lepre in salmì. La drogheria chiuse nel 1982 ed anche il bar da qualche anno ha chiuso i battenti anche se sulla serranda è esposto uno speranzoso cartello “Affittasi”.

Lorenzo Berlato

Lorenzo Berlato su FB

Gli anni rubati al lavoro

redattorecapolibri1975, Bondeno, inchiesta, Saronne, Stellata

Qui riporto la cronaca tenuta durante il nostro primo soggiorno a Bondeno e dintorni nei giorni dal 13 al 24 ottobre 1975, più o meno intatta. Le lettere e i numeri che ogni tanto compaiono in parentesi fanno riferimento alle registrazioni che abbiamo effettuato. L’elenco completo di tali registrazioni è dato in appendice. Ho pensato di non eliminare i riferimenti, poiché potrebbe un giorno divenire -possibile pubblicare tutti i materiali trascritti (circa 350 pagine dattiloscritte) e fare copie delle registrazioni che diverrebbero cosi accessibili. In tal caso la presente cronaca farebbe da utile sfondo situazionale ai testi parlati. .
Edgardo T.Saronne
13 ottobre
La giornata comincia con un contrattempo. C’è minaccia di sciopero in ferrovia da parte dei sindacati autonomi. Non si trovano tassì e mi decido a partire sulla macchina nuova. Nei pressi di Ferrara, dove arrivo puntualmente alle nove, mi perdo ripetutamente e Paolo Natali il nostro amico del Centro Etnografico deve venire a rintracciarmi. Al Centro trovo infine Luciano Canepari – il mio primo collaboratore, esperto e appassionato fonetista -, Clotilde – un’altra amica del Centro — e Antonio, uno dei gorilli che si è sperduto i sua volta. Ci precipitiamo, con la mia macchina imprevedibile e caracollante, in cerca del barcone, ma ci aggiriamo invano fra le nebbie padane, del battello non c’è traccia. Non so dire se più divertiti o più contrariati, procediamo per Stellata. Individuiamo la piazza del paese, con la locanda e il bar — che si rivelerà un punto nevralgico del paese. Troviamo l’attracco del barcone, e verso mezzogiorno !o vediamo arrivare. Sembra una di quelle pentole ovali per gli arrosti riverniciata di bianco, ma è carico di belle ragazze (studentesse) e porta l’allegria dei gorilli. Tutti insieme andiamo da un’altra parte del paese, per visitare la Rocca , antica fortezza degli Estensi, ormai abbandonata. Più tardi, nel Bar Calori di Stellata, conosceremo l’ultimo occupante di questo edificio in rovina. Pranziamo sul barcone, in una sala accogliente e calda a causa dell’affollamento. Si mangia pesce fritto. Le ragazze cantano canzoni della Resistenza accompagnate sulla chitarra e aiutate dai gorilli. Ritornati nel pomeriggio sulla piazzola di Stellata, facciamo i primi incontri con gli indigeni. Due pensionati vengono a parlarci davanti al Bar Calori che sta di fronte e che oggi è chiuso per il giorno di riposo. Ci meravigliamo della facilità con cui riusciamo a stabilire i primi contatti, ma non osiamo mettere in funzione i registratori. Dei due uomini, il più loquace è un signore basso di statura, grassoccio, sicuro di sé, simpatico, ma con l’aria di vecchia volpe. Si vanta di non aver mai lavorato (e ne chiede conferma agli amici presenti) ma di aver sempre fatto il capo. Ammette di aver indossato l’uniforme durante il fascismo (“per forza”) ma di aver continuato a fare il capo anche dopo. Racconta di essere riuscito a conservare lo schioppo anche dopo la liberazione, mentre a tutti i fascisti veniva tolto. E’ autoritario e superstizioso. Suo figlio di 39 anni tiene appese le donnine nude nel suo laboratorio, “ma quando entro io”, dice, “abbassa gli occhi per rispetto”. Ci parla male della gente di Mantova, che usa un linguaggio osceno. “Da noi è diverso: c’è rispetto”. Il ‘capo’ non va mai in chiesa, ma una volta che si è lasciato trascina-re per l’ufficio funebre di un parente e per sbaglio si è messo in tasca cento lire destinate alle questua, gli si è subito incendiata la casa e il fuoco gli ha distrutto il salotto e il televisore! Si proclama ateo, ma è grande amico del prete. Ha fatto sempre il capo degli operai ma di-ce un gran bene del signorotto locale. Ci parla dei suoi figli e dei suoi nipoti. Pensiamo che, nonostante tutto, il capo possa essere una fonte preziosa di informazione e prendiamo accordi per rivederci. L’altro pensionato è un omino malato di ulcera. E’ stato lui ad abitare per ultimo la Rocca, come custode. Ha lavorato all’estero per cinque anni, in Germania, credo fino al ’45. La sua storia non è chiara. Negli anni recenti lavorava per il consorzio agrario ed ora vive in pensione e arrotonda le sue entrate facendo il taglialegna in un “pezzo di bosco” che ha avuto in regalo. Conosciamo altra gente nel bar, ma nessuno dei giovani, che — sapremo poi — sono i clienti abituali. Nel bar si parla dei gorilli, degli studenti e di noi. I gorilli stanno mettendo sottosopra il paese. Sono entrati nella scuola elementare e stanno preparando dei manifesti insieme ai bambini per annunciare la mostra fotografica in programma per le 13:30 di domani. Conosciamo un altro pensionato che ora fa saltuariamente il manovale e che vuole soltanto parlare dei suoi anni di prigionia trascorsi a Honolulu e nel Nord-America (piuttosto piacevoli, a sentir lui). Un personaggio strano e interessante è un omone che biascica le parole e che chiamano ‘il vicesindaco’. Poi ci diranno che è un assessore e che è stato uno dei leader del posto. Stellata è un mondo in miniatura. Veniamo a sapere che i due bar della piazza che ci stanno di fronte polarizzano entità contrapposte: i giovani e la ‘gente impegnata’ da Calori, gli altri da Cefali. Ci rendiamo cosi conto che i personaggi che abbiamo conosciuto sono i clienti abituali del Bar Calori. Nella biblioteca di Bondeno, poche ore dopo, ci parlano di Stellata, del carattere duro e caparbio degli abitanti, del loro orgoglio, del loro particolarismo, del loro atteggiamento ribelle e rassegnato insieme. Ci sembrano, questi, elementi utilissimi d’informazione, spunti stimolanti per il nostro lavoro. Se la gente del Bar Calori si oppone a quella del Bar Cefali, tutta la comunità di Stellata si oppone, per la sua struttura sociale, a quella di Bondeno. Bondeno si profila subito come un mondo più complesso, che non potremo certo abbordare attraverso i clienti dei bar — per quanto anche qui gli abituali del Bar Duemila, ricavato nella Casa del popolo, si oppongono a quelli del Bar dello Sport e a quelli della Pizzeria. Sindacalisti, operai, studenti universitari, dirigenti di partito i primi; borghesi, possidenti agrari, professionisti i secondi; studenti di liceo (dell’unico liceo di Bondeno) e impiegati gli ultimi. Qui a Bondeno, dove siamo alloggiati, dovremo stabilire i nostri contatti in modo più capillare. Si progetta per giovedì prossimo, 16 ottobre, un incontro fra i gorilli, noi e i rappresentanti di fabbrica; poi un altro con i ragazzi del liceo. Pensiamo di spiegare il lavoro che intendiamo fare e di raccogliere le idee per una collaborazione futura che lasci una traccia a Bondeno, che avvii un programma di crescita culturale. E’ quello che noi vorremmo e dovremmo fare nei nostri quartieri di Bologna, per esempio nell’ambito dell’educazione permanente e l’esperienza di Bondeno ci sarà preziosa E qui a Bondeno la collaborazione del gruppo del Gorilla Quadrumàno sarà forse utile.
Martedì, 14 ottobre
Lasciamo Bondeno per Stellata, e quando arriviamo all’attracco il barcone non è ancora arrivato. Incontriamo di nuovo l’omino che abitava alla Rocca, che insieme a un altro signore sta preparando dei ganci di ferro di cui non riesco a capire la funzione. Stanno costruendo una casa su una delle chiatte di cemento che si trovano ormeggiate vicino all’attracco. L’omino della Rocca ci racconta (B1-000) della pesca dello storione che si faceva qui una volta. Si pescavano storioni che a volte pesavano fino a un quintale; ma il pesce non si mangiava: si mandava altrove, dove veniva distribuito e dove si preparava il caviale. Oggi resta un solo pescatore di storione, a Ficarolo, sull’altra riva del Po, dove si vede il campanile pendente. Poi l’omino ci racconta la storia del viale degli S., i signori che sono padroni di tutta la zona e che hanno ereditato il potere degli antichi Pépoli (10). Un tempo su quel viale c’erano molti gelsi e la gente del posto vi al-levava il baco da seta, ma gli S. un giorno decisero di tagliare gli alberi. Si fece una manifestazione di protesta, ma gli alberi vennero tagliati e un trattore per poco non travolse una delle manifestanti. Più tardi verremo a sapere che gli S. qui posseggono tutto, persino la piazza del paese, almeno secondo quanto loro stessi asseriscono . La gente — specialmente i giovani — li ritengono responsabili di aver creato disoccupazione nella zona, per aver arbitrariamente convertito le loro coltivazioni un tempo intensive (frutteti) in estensive (frumento e barbabietole), ma quasi tutti parlano di loro con deferenza: nessuna parola di vero rancore per la faccenda dei gelsi, che pure mise fine a una fonte del lavoro locale. Poco dopo, sul piazzale del paese, ci avvicina il maresciallo dei carabinieri, un toscano sospettosissimo. Dapprima mi guarda severamente mentre armeggio per aprire il baule della mia Dyane, poi vuole vedere che cosa ho li dentro e mi fa domande sugli oggetti strani che abbiamo con noi, soprattutto sulle giberne (sic) che contengono le cassette per registrare. Mi chiede chi siamo e che cosa vogliamo. Mi domanda perché i gorilli hanno i capelli lunghi, se sono studenti. Mi raccomanda di tenermi lontano da ogni questione politica. Quando gli spiego che siamo qui per raccogliere documenti sul folklore e sul-l’italiano regionale, ci consiglia di rivolgerci a Monsignor Guerrino, il parroco di Bondeno, il quale sa tutto su queste cose. Poi, esitante, si allontana. Quasi subito arrivano i gorilli, festanti, coi loro strumenti e circondati di bambini (viene in mente il flauto magico). Parlano in piazza, mostrano le vecchie fotografie di Stellata, cantano qualche canzone, invitano la gente a raccontare le loro storie. Poi entrano nel Bar Cefali, dove un gruppo di vecchi assiste attonito alla loro esibizione. Facce indifferenti, imbarazzate: solo qualcuno mostra per ora di divertirsi. Piano piano si sciolgono. Qualcuno riconosce cose e personaggi delle fotografie, qualcuno comincia a parlare, a raccontare (Bl-075 e CI-000). Ci avvicina un vecchietto arzillo col sigaro. E’ il vecchio Pelegatti, gioviale e simpatico. Suo figlio e il figlio di suo figlio fanno i rappresentanti (Bl-250 e Cl-481). Col nipote Pelegatti parlo degli S., dei problemi di Stellata, dei giovani impegnati, dei vecchi conservatori. Con lui controllo le informazioni del maresciallo su Don Guerrino. Mi da notizie sul maestro Zaniratti appena andato in pensione (Bl-355). Mentre parliamo arriva Tiziana Melloni, la ragazza simpatica della biblioteca di Bondeno, che mi comunica di aver preso accordi per farci incontrare con gli operai e con gli studenti (Bl-542). Arri-va anche Angelo M., il nostro amico fotografo che è venuto qui di sua iniziativa (B2-061). Nel pomeriggio con Angelo e Paola (una dei gorilli, la più chiacchierona) andiamo a trovare il maestro Zaniratti, che sta guardando la partita alla televisione, e da lui rimarremo per diverse ore. Racconta storie di persecuzione fascista subita da suo padre (B2-067). Intanto arriva il vicepreside del liceo di Bondeno, Giatti, mandato da Tiziana. Usciamo in strada, parliamo del nostro lavoro e dell’educazione linguistica. All’inizio sembra perplesso (o scettico, o ironico?); poi a poco a poco s’illumina. Ci dà appuntamento per venerdì prossimo, 17 ottobre, al liceo di Bondeno, dove potremo tenere una classe per l’intera mattinata: un’occasione splendida. Quando rientriamo e stiamo per congedarci dal maestro, arriva Luciano Canepari insieme a tutti i colleghi linguisti, in giro di ispezione. Si passa il resto del tempo in modo piuttosto inconcludente in casa del maestro: parlando del più e del meno, registrando storie di guerra e di prigionia e brani di dialetto (C2-000). Finiamo la sera a discutere del nostro lavoro al Bar Cefali. Quando i nostri amici partono, andiamo a Bondeno a rivedere Tiziana. Riparliamo degli S., del maresciallo, di Don Guerrino, degli operai delle fabbriche di carrozzine (la Giordani) e della FIMA (articoli di abbigliamento). Tiziana ci da anche notizie di un prete della zona, molto impegnato, cattolico del dissenso, e dice che varrebbe la pena di conoscerlo. Parliamo poi dell’Istituto per handicappati di Ficarolo (nel Veneto), degli scandali che ha suscitato, dell’unico istruttore di sinistra che vi lavora (Giuseppe) e che abbiamo incontrato insieme ad alcuni suoi ragazzi, nella mattinata, da Cefali. Tiziana ci da altre indicazioni sui luoghi di ritrovo della gente di Bondeno, sul bar dove si radunano quelli di destra (il Venezuela), sul bar dei pensionati, sulla pizzeria Campi. Ci rendiamo conto delle difficoltà nel contattare la gente qui rispetto a Stellata. D’ora in poi dovremo procedere in modo più sistematico, per contatti personali e per appuntamenti. Dovremo rifar visita al maestro di Stellata, con cui non abbiamo trattato il problema dell’educazione linguistica; poi a una professoressa di lettere del liceo di Bondeno, al vecchio Pelegatti (che ci ha promesso di raccontarci vecchie storie di Stellata), agli operai delle fabbriche e ai bambini delle scuole. Il nostro programma è ancora tanto intenso quanto vago.

Bocciofila

Per curiosità l’ho cercata su Google: il sito manca delle foto e ha l’aria di non essere rinnovato da tempo (del resto anche siti più giovani come quello della ludoteca fanno la stessa impressione); comunque le notizie riportate sono:

La Bocciofila ha antiche tradizioni. I campi furono impiantati nel lontano 1934 da Giuseppe Goldoni, gestore della Trattoria “Rosetta” ed hanno funzionato sino all’inizio della seconda guerra mondiale. I campi erano 3. Finita la guerra nel 1945 il signor Giuseppe Calanca, su consiglio dei soci della Bocciofila La Ferrarese, fece l’impianto a due campi utilizzando per il manto una miscela di argilla e polvere rossa di sottovaglio e per le recinzioni vennero utilizzate tavole di larice, residuati dei ponti del Genio Militare Inglese.

I campi restarono in funzione fino a tutto il 1960 e, in quell’epoca, presero la denominazione di Società Bocciofila “Angiolino Lugli”. 

Il Bocciodromo attuale venne edificato nel 1983 con il contributo dell’Amministrazione Comunale e la manodopera gratuita dei soci.

Essendo Angiolino Lugli il fratello di mia nonna paterna, ero curioso di saperne di più sulla denominazione; se qualcuno lo ricorda mi lasci una nota di commento. Grazie.

Aperture

KODAK Digital Still Camera

La notizia di oggi è che stanno smontando la gru a San Giovanni e , mentre facevo questa foto, ho notato che qualcuno passeggiava lungo la ciclabile senza mascherina (in proposito potete leggere qui https://bondeno.blog/2020/05/11/il-nuovo-bigotto/).

Che sia arrivata l’estate lo testimonia anche l’articolo più letto di oggi sul Naturismo.

2 giugno

Ma le celebrazioni quest’anno non si limiteranno agli eventi in presenza, dal momento che sul sito web del Comune e sulla relativa pagina Facebook verranno caricati numerosi contributi audiovisivi. «In particolare – commenta soddisfatto il sindaco – i cittadini potranno visionare tre contributi del nostro storico locale Edmo Mori, che racconterà i fatti del 2 giugno, esaminerà il contesto socio-economico dell’epoca, e descriverà con immensa lucidità la società bondesana del secondo dopoguerra. Inoltre, sempre online verrà caricato il video sui valori della democrazia realizzato dal Consiglio Comunale dei Ragazzi e delle Ragazze in collaborazione con Spazio29/La Locomotiva. Si tratta di un prodotto in cui gli stessi giovani hanno curato tutte le fasi della produzione: dalla creazione della storia alla regia, passando per la recitazione. Il risultato – conclude Saletti – è un bel viaggio all’interno della storia e della democrazia. Per questo settantacinquesimo anniversario, cerchiamo quindi di dare a tutti i cittadini la possibilità di assistere alle celebrazioni, adottando formule sia tradizionali sia moderne».

http://comunebondenofe.it