Qualità del lavoro

La continua concorrenza nell’accaparrarsi contratti di lavoro con società pubbliche e private e uno Stato fortemente distratto nelle questioni economiche indirizzate alla tutela dei cittadini, hanno portato all’evidente distruzione dello stato sociale; la classe operaia, infatti, che da anni naviga nelle burrascose acque del liberalismo globalizzato, è stata smantellata e impoverita dal mercato.

Nell’attuale sistema il presunto andamento del mercato determina anche l’ammontare economico nelle gare d’appalto per l’erogazione di un bene da parte di un’azienda verso la pubblica amministrazione o aziende private o statali di grande e media entità. Le aziende appaltatrici, infatti, tramite una gara accessibile solo con determinati requisiti si possono vedere aggiudicare l’esecuzione di lavori, l’approvvigionamento di beni, ecc.

Ma per accedere e aggiudicarsi le gare d’appalto, non bastano solamente determinati requisiti. Le società interessate spesso “gareggiano” economicamente al ribasso, offrendo a modo loro maestranze all’altezza dell’incarico, qualità e sicurezza. Successivamente si pone il problema per l’azienda appaltatrice vincitrice di come guadagnare, essendosi aggiudicata un contratto al ribasso. La soluzione è trovare operai ai quali offrire miseri stipendi e non adeguatamente formati, sfruttando l’abbondante offerta di manodopera, non riconoscere le spese sostenute per effettuare il lavoro, tagliare gli stipendi o il welfare, lesinare sulla fornitura di attrezzature e materiali.

Questo sistema, del tutto legale e largamente impiegato, instaura negli operai la palpabile convinzione di essere facile merce rimpiazzabile dal miglior offerente che si avvicini all’azienda chiedendo un salario più basso: viene così meno la specializzazione dei lavoratori, accomunati solo dal basso salario e non dalle abilità individuali. È quindi una guerra fra poveri a vantaggio dei soliti noti.

Nostro dovere è quello di contrastare il proliferare di queste situazioni, contrapponendoci al libero mercato, combattendo con ogni mezzo le disparità sociali ed economiche favorevoli solo a capitalisti e speculatori. La nostra visione impone il ritorno dello Stato come controllore delle aziende strategiche italiane: esso deve garantire il lavoro e dignità sociale (art. 3 e 4), riappropriandosi della sovranità perduta a causa degli scellerati accordi europei.

di FRANCESCO MASSARENTI (FSI Ravenna)

È nostro dovere combattere per i lavoratori

Calano le imprese artigiane

La crisi, ma anche il processo di concentrazione, unito alla terziarizzazione, che sta coinvolgendo anche l’economia del nostro territorio. Poi le calamità naturali che hanno ripetutamente colpito la provincia. Le cause, insomma, sono numerose, ma l’effetto è uno solo: la progressiva diminuzione delle imprese artigianali. “Aziende – osserva Umberto Venturi, presidente di CNA Modena – che, anche in un passato molto recente, hanno rappresentato una scuola formativa importante, dove i lavoratori si preparano a diventare gli imprenditori di domani. E che hanno rappresentano tutt’oggi una componente importante del benessere che ha contraddistinto il nostro territorio”.

I numeri sono impietosi: in soli sette anni, dal 2009 al 2015, le imprese attive iscritte all’Albo Artigiani di Modena sono passate da 24.139 unità a 21.356. Un calo di oltre 2.780 imprese, pari all’11,5%, quasi 400 all’anno!

Una diminuzione ben superiore a quella registrata dalle imprese complessivamente in attività, scese anch’esse, ma solo del 3,7%.

 

totale imprese artigiani
attive iscritte attive peso % iscritte peso %
31/12/2008   68.871   75.659      24.139 35,0%   24.228 32,0%
31/12/2015   66.348   74.464      21.356 32,2%   21.453 28,8%
differenza ’08/’15 –   2.523 –   1.195 –      2.783 –   2.775
variazione % -3,7% -1,6% -11,5% -11,5%

 

“In altre parole – continua Venturi –  il calo delle imprese registrato negli ultimi sette anni si è concentrato nell’artigianato”.

L’ufficio Studi di CNA ha cercato anche di evidenziare i settori nei quali si è concentrato questo calo, malgrado l’avvenuto cambiamento dei codici di attività delle imprese, una modifica che rende più difficile le aggregazioni tra i vari mestieri.

 

 

totale imprese attive Totale artigiani attivi peso artigiani/totale
2008 2015 % 2008 2015 % 2008 2015 delta
Alimentare      1.534         871 -43,2%      1.126         523 -53,6% 73,4% 60,0% -13,4%
Moda      2.926      2.459 -16,0%      1.874      1.573 -16,1% 64,0% 64,0% -0,1%
Legno         419         356 -15,0%         362         290 -19,9% 86,4% 81,5% -4,9%
Meccanica      5.337      4.360 -18,3%      2.800      2.461 -12,1% 52,5% 56,4% 4,0%
Costruzioni   11.665   10.839 -7,1%      9.430      8.115 -13,9% 80,8% 74,9% -6,0%
Comm. e rip. veicoli      1.849      1.708 -7,6%      1.063      1.018 -4,2% 57,5% 59,6% 2,1%
Trasporti      2.374      1.882 -20,7%      2.139      1.605 -25,0% 90,1% 85,3% -4,8%
Informatica      1.014      1.122 10,7%         214         190 -11,2% 21,1% 16,9% -4,2%
Servizi alla persona      2.467      2.505 1,5%      1.931      1.901 -1,6% 78,3% 75,9% -2,4%
Ristorazione*      3.807         647 17,0%
MANIFATTURA   12.087      9.784 -19,1%      7.678      5.828 -24,1% 63,5% 59,6% -4,0%
TOTALE   68.871   66.348 -3,7%   24.139   21.356 -11,5% 35,0% 32,2% -2,9%

*I citati problemi di aggregazione non consentono, per la ristorazione, il confronto 2008/2015.Leggi tutto su  http://www.sulpanaro.net/2016/04/quasi-tremila-imprese-in-meno-dal-2009-a-oggi-un-patrimonio-di-lavoro-e-professionalita-a-rischio/

 

La ripresa che non c'è

L’aumento della disoccupazione

Abbiamo così che il tasso di disoccupazione continua a salire e a gennaio si posiziona all’8,6%, dall’8,5% di dicembre 2009. Lo comunica l’Istat, sottolineando che è il dato peggiore da gennaio 2004. (vedi grafico n.3)
A questo dato occorre aggiungere quello sulle ore di cassa Integrazione autorizzate: nel periodo gennaio-maggio 2008 le ore concesse dall’Inps, per la CIGO erano 37.391.912 al 30 maggio del 2009 sono state 211.666.310, con un aumento percentuale circa del 466,08 %. Se si sommano il tasso di disoccupazione (e quello reale è sempre più alto di quello formale) e quello della Cig (che spesso è solo l’anticamera del licenziamento) abbiamo un tasso effettivo di inoccupati che è probabilmente il più alto d’Europa, secondo solo a quello della Spagna, notoriamente il paese più colpito dalla crisi.
Se consideriamo il tasso di disoccupazione giovanile, l’Istat di dice che è pari al 26,8%, con una crescita di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,6 punti percentuali rispetto a gennaio 2009.
L’occupazione a gennaio è rimasta sostanzialmente invariata rispetto a dicembre, mentre ha perso l’1,3% rispetto a gennaio 2009, pari a 307mila unità in meno. Per finire, il numero delle persone in cerca di occupazione a gennaio risulta pari a 2.144.000, in crescita dello 0,2% (+5mila) rispetto al mese precedente e del 18,5% (+334mila) rispetto a gennaio 2009. si tratta dell’ottavo incremento su base mensile consecutivo.

Fonte:  http://sollevazione.blogspot.com/2010/03/osservatorio-sulla-crisi-economica.html#more